Piccola Compagnia della Magnolia

Enrico IV

Una commedia

Regia: Giorgia Cerruti

Con: Davide Giglio, Giorgia Cerruti, Giulia Eugeni, Luca Serra Busnengo

costumi Giorgia Cerruti
Adattamento dell’opera di Pirandello a cura di Fabrizio Sinisi
Disegno luci, consulenza scenotecnica | Lucio Diana Sound design
composizione sonora Guglielmo Diana
Tecnico di Compagnia Francesco Venturino
Fonico Luca Martone
Sarte Alexandra Trifan, Daniela Rostirolla
Organizzazione Emanuela Faiazza
Consulente generale Angelo Pastore
Uno spettacolo di Piccola Compagnia della Magnolia, in coproduzione con CTB/Centro Teatrale Bresciano e Operaestate Festival; con il sostegno di Scarti/Centro di Produzione Teatrale di Innovazione, La Spezia.

Un’opera nera e sensoriale, dove le parole di Pirandello emanano stati dell’animo, non dicono fatti e non espongono apollinee tesi filosofiche ma stendono i fili del tempo sui rapporti tra le persone.

Dopo alcuni anni di lavoro sulla drammaturgia contemporanea, questo affondo sul classico pirandelliano riporta la Compagnia alla matrice originaria di lavoro sui classici. Mi preme precisare che non sono particolarmente devota al mondo di Pirandello e spesso da spettatrice o lettrice provo una certa distanza verso il suo modo di esprimersi. Eppure, questa volta è successo qualcosa di diverso “tra noi”: ho riletto due anni fa casualmente l’Enrico IV e ne sono rimasta stregata, vittima di un incantesimo.

Pirandello – come ogni grande autore – si esprime sublimando nelle storie che racconta la sua questione: la malattia mentale della moglie e la vita nel teatro (e l’arte della recitazione), cui egli consacrò spasmodicamente l’intera esistenza. Nell’Enrico IV queste tensioni trovano una sintesi geniale e dirompente: un giovane, mentre prende parte a una cavalcata in costume nei panni di Enrico IV imperatore di Germania, viene sbalzato da cavallo, batte la testa e impazzisce. Da quel momento, crede di essere veramente Enrico IV per dodici anni finché, a un tratto, rinsavisce ma decide di farsi credere ancora pazzo.

Ebbene, con Fabrizio Sinisi si è elaborato un ardito adattamento che affida da subito al pubblico il segreto del dolore di vivere, assumendo la pazzia consapevole come arma di smascheramento del mondo.

Il personaggio “senza nome” che si fa chiamare Enrico IV diventa un osservatore, dall’interno di una gabbia, di un universo crepuscolare; è un uomo invisibile per gli altri nella sua vera natura. Ma lui vede bene tutto e tutti.

Apparentemente Enrico IV è una tragedia, almeno così l’aveva sottotitolato Pirandello al principio. Ma è davvero una tragedia? C’è un Umorismo nero e grottesco che pulsa sotterraneo e che scompone le apparenze, che individua il “contrario” delle cose, per rispondere a un bisogno di cogliere le contraddizioni della realtà. E poi c’è il Teatro – la finzione, il travestimento, lo svelamento – che Pirandello dispiega a piene mani e di cui è primo spettatore divertito. Ecco, abbiamo cercato di portare questo magma verso temperature che definirei shakespeariane, dove alto e basso si uniscono e rivelano “questa disperata passione di essere nel mondo”, come direbbe Pasolini. L’architettura dell’opera mi ha rivelato che cercavo il modo di fare uno spettacolo sul “riconoscersi”, al di là del tempo, delle trasformazioni, delle sembianze. Se ti riconosco esisti ma soprattutto esisto io; lo specchio in cui guardiamo è sempre e soltanto il volto delle persone incontrate.

ENRICO IV_una commedia si confronta con il Tempo che fluisce incontenibile sui nostri pensieri e sulla nostra pelle. Lo sgomento di non riconoscersi più o di non riconoscere più gli altri porta il protagonista a scegliere un’esistenza fittizia, irreale, ma storicamente ben definita e capace di fissare in una forma l’inesorabile flusso temporale della vita. Questo tipo di vulnerabilità, dove la maschera indossata svela ancor più drasticamente i tormenti autentici, può risuonare oggi intensamente.

Dall’eremitaggio di Enrico, durante il quale assiste alla perdita dell’unico amore della sua vita, degli amici, dei ricordi, nasce un viaggio per quattro attori dentro un luogo di lavoro che mi auguro possa essere per tutti, in scena e in sala, compromettente e arduo. Un tragitto dentro l’umana vulnerabilità, fatto di solitudine, voli pindarici, cadute dalle quali a volte ci si rialza a stento. Giorgia Cerruti