«Uno per tutti, tutti per uno, Coro, o frotta scalcagnata, schiera angelica, eroi senz’arme. E tutti insieme / non come avvinti / (sebbene sempre avvinti) / ma eretti / quasi sospesi / dall’alto alle correnti … / finché fiore non tocca / fiore / torno torno / con le punte dei petali / fuse in un solo fiore»
Sinossi
Nella commistione tra la danza, il teatro di figura e la parola, l’artista esplora il Coro come entità fisica, sentimentale e di pensiero. Nella sua manifestazione più evidente il Coro è una pacifica masnada di marionette dedita a un movimento continuo e mai uguale di salita e discesa, ascesi e gravità: una specie di popolo, eterno e senza storia, come gli angeli o come la plebe. Nel Coro è impossibile distinguere ciò che è unico da ciò che è replica: ogni marionetta è sempre la stessa e testimonia sempre il coro attraverso la propria forma singolare di creatura che striscia e che vola, canticchia e si contorce, muore e si eterna.
Il cubo è lo spazio di quest’incontro: lo spazio nello spazio e il teatro nel teatro, l’artificio, specie di baracca di marionette, oggetto cosmologico e macchina teatrale che muove e danza le figure. In questo andirivieni tra il visibile e l’invisibile, tra l’uno e i tanti, tra il cielo e la terra, avremo una guida: il Poeta, o il Buffone, specie di Caronte zoppo, che attraversa questo inframondo materico fatto di figure e parole d’amore.
Le ispirazioni attingono da una parte alle icone ortodosse e all’iconostasi — la tensione alla verticalità, il sentimento panico del Tutto, la soglia sull’abisso — e dall’altra all’Opera dei pupi siciliani, proliferazione di voci, opera dei tanti, coro incarnato dal puparo. Coro prova a situarsi al crocevia tra lo spasimo verticale delle icone e il moto orizzontale dell’Opera, in un’elegia dei tanti nel segno dell’affratellamento.























